Pirati musicali
Patti Chiari, 28.01.2011 -
LA 1
La legge svizzera consente il download ma punisce la condivisione online
Il recente caso del ragazzo ticinese accusato di pirateria audiovisiva via Internet per aver scaricato e condiviso in Rete migliaia di brani musicali non ha mancato di suscitare discussioni e dibattiti, ma rappresenta anche una buona occasione per segnalare alcuni dati interessanti e poco intuitivi sull’argomento. Ai meno addentro alle questioni di copyright può infatti sembrare sorprendente che in Svizzera lo scaricamento puro e semplice non sia considerato illegale, ma è solo la condivisione ad essere punita; questo è però ciò che dicono a chiare lettere i siti ufficiali che si occupano di diritto d'autore.
Download sì, upload no -
In Svizzera la normativa fondamentale sul copyright è l'articolo 19 della legge federale sul diritto d'autore e sui diritti di protezione affini, la quale definisce che il download di opere per uso privato è permesso anche senza l'approvazione degli aventi diritto, mentre l'upload, ovvero l'offerta online di opere protette, è vietato e dunque illegale, anche se ciò non viene fatto a scopo di lucro. La Suisa – l’ente che si occupa di gestire i diritti d’autore in Svizzera - chiarisce tuttavia che utilizzando circuiti di scambio come eMule o BitTorent è perlopiù impossibile limitarsi a scaricare opere senza caricarne, al contempo, altre; dunque spesso chi scarica sta simultaneamente offrendo file in condivisione e ha quindi un comportamento punibile.
Pochi grandi condivisori -
È interessante notare come - secondo i ricercatori dell'Università Carlos III di Madrid, che hanno esaminato il comportamento degli utenti che scambiano film, telefilm, musica, fumetti e altre opere attraverso siti basati sul protocollo BitTorrent - il 66% del contenuto messo a disposizione per lo scaricamento viene offerto da poco più di un centinaio di “grandi condivisori” sparsi per il mondo; spesso spinti da una sorta di "sindrome di Robin Hood" a offrire alla comunità online film popolari o rari e introvabili. Gran parte del resto degli utenti è invece costituito da faker, ossia da organizzazioni che cercano di sabotare i circuiti di scambio pubblicando finte copie pirata che in realtà contengono tutt'altro.
Il male minore -
Da una fonte decisamente al di sopra di ogni sospetto di voler minimizzare il problema della pirateria, ossia la Warner Music, arriva invece una ricerca che indica che solo il 13% degli americani è da classificare come “pirata musicale”. Dati analoghi sono stati raccolti anche in Europa e questi “pirati” sono oltretutto descritti come grandi promotori e acquirenti legittimi di musica. Una ricerca universitaria statunitense sul file sharing indica inoltre che soltanto il 20% circa dei problemi dell'industria del disco è riferibile alle violazioni del diritto d'autore commesse in Rete: tutto il resto è dovuto al declino del concetto di album musicale, all'aumento delle vendite di singoli via Internet e alla diminuzione del numero di CD venduti a prezzo pieno.
Case discografiche pirata -
Non capita molto spesso, infine, di sentire notizie di risarcimenti milionari per pirateria; soprattutto se gli imputati sono delle case discografiche, le stesse che perseguono con tanta solerzia i privati cittadini che frequentano eMule e dintorni. Un gruppo di musicisti ha infatti avviato una class action contro Universal, Warner, EMI e Sony BMG, accusate di aver venduto CD senza pagare i diritti, limitandosi a mettere gli artisti in una cosiddetta “lista dei sospesi”. Dal 1988 il debito delle case discografiche - che nel frattempo continuavano a vendere e incassare - si è così accumulato, arrivando a ben 300’000 brani e costringendo le major del disco a risarcire gli artisti con circa 43 milioni di franchi. Certo, una violazione delle leggi non ne giustifica un'altra, ma l'ironia e l'ipocrisia della vicenda fanno riflettere.
Patti Chiari, 28.01.2011 -
LA 1
Il Disinformatico, 28.01.2011 -
Rete Tre