lunedì, 04 gennaio 2010 ore 07:21 (UTC+1)

Riflessioni canoniche 2

O del come un brano musicale diventa un classico

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di Marcello Sorce Keller

Oggi vi racconto, in modo breve e panoramico come sia avvenuto che, a poco a poco nel corso della storia occidentale, si sia formato un repertorio musicale considerato non solo classico ma classico al punto da meritare una costante presenza nelle stagioni concertistiche. Quello che i musicologi chiamano “canone”. Si tratta, come dire, dei classici della musica classica. Il canone non è sempre esistito, e il fatto che sia essenzialmente costituito quasi solo musiche composte tra il Settecento e l’Ottocento lo rivela. So che l’ho detto altre volte, ma ci tengo a ripetere che il concetto stesso di “musica classica” è relativamente moderno, risale appunto al tardo ’800 e, per quanto possa a noi oggi sembrare strano, fino a quel punto il pubblico non amava ascoltare musica antica e riascoltare cose già udite. Al contrario, desiderava essere costantemente foraggiato da musica nuova. Quando sono cambiate le cose? I primi segnali di mutamento vennero dall’Inghilterra nel XVIII secolo. L’Inghilterra fu il primo paese in cui musiche del passato iniziarono ad essere regolarmente e reverenzialmente rieseguite. L’Inghilterra fu il primo paese in cui l’idea di “musica antica” (intendendo con ciò quella di un passato degno di continuare a vivere nel presente) prese piede. Tutto cominciò con l’oratorio “Messia” di Georg Friedrich Händel.

Proprio così, il Messia di Händel fu la prima composizione musicale di grandi dimensioni ad essere regolarmente ri-eseguita di fronte ad un ampio pubblico. La prima esecuzione in assoluto dell’oratorio avvenne il 13 aprile 1742 a Dublino di fronte ad un pubblico di circa settecento persone. L’anno dopo, nel 1743, il Messia fu ripresentato a Londra, al Covent Garden, ma senza particolare successo. Ma Händel era uomo capace di promuovere la propria musica molto bene e ottenne ciononostante ulteriori esecuzioni. Ad una di queste fu presente il Re Giorgio II, il quale manifestò il suo apprezzamento alzandosi in piedi al momento in cui il coro intona l’Alleluja. Fu un gesto che consacrò la composizione di Handel dandole un prestigio tale da motivare successive esecuzioni. Chiunque abbia ascoltato dal vivo questo oratorio sa bene che quando si arriva all’Alleluja il pubblico ripete il gesto di Re Giorno II, gesto ormai diventato rituale, e tutti si alzano in piedi.

La storia del Messia, il più conosciuto degli oratori di Händel, è certamente interessante, ma quello che maggiormente desidero portare alla vostra attenzione è che a partire dal 1749 il Messia iniziò ad essere eseguito annualmente; immagino con grande piacere del vecchio Händel che visse fino al 1759. Händel ebbe quindi la gratificazione di vedere questa sua composizione trasformata in un vero e proprio classico, il primo classico nella storia della musica europea. Non era mai successo prima che un brano musicale di grosse dimensioni, la cui performance richiede di mobilitare una orchestra, un coro, dei solisti, fosse regolarmente ripresentato al pubblico. Non era mai successo prima che il pubblico provasse piacere a risentire anno dopo anno una musica assai ben nota; tanto ben nota che a volte in Inghilterra la tromba del postiglione si faceva sentire con qualche nota presa proprio dal Messia. Qualcosa stava dunque cambiando. Il concetto di musica classica, di una musica che nata nel passato continua a vivere nel presente, stava nascendo. Ma l’idea di musica classica nasce proprio con Händel? Ho un po’ semplificato. Facciamo per esempio un salto indietro, torniamo all’anno 1700, quando Corelli compose le Sonate dell’Opera 5.

Vi ho detto, che il Messia di Händel fu la prima grande composizione ad essere regolarmente ripresentata ad un pubblico desideroso di riascoltarla. Non si può dire che divenne opera di repertorio, perché il repertorio, il canone, ancora non esisteva. Ma divenne il primo mattone di questo canone. Ora aggiungo però che la sonata per violino di Arcangelo Corelli che fa parte dell’Opera 5, pubblicata nel 1700, una quarantina d’anni prima del Messia, quasi ce la aveva fatta a diventare uno di questi mattoni. Le sonate dell’Op. 5 di Corelli ebbero all’epoca grande successo, un successo addirittura di portata europea; che nessuna persona colta poteva ammettere di non conoscerle senza doversi vergognare. Ma conoscerle non voleva dire sentirle ripetutamente eseguite in concerto ma, invece, averle suonate con le proprie mani o ascoltate in compagnia con gli amici. Il fatto nuovo che vediamo col Messia di Händel è il fattore pubblico. Il Messia fu il primo corposo mattone di un futuro repertorio da offrire in concerti pubblici, ai quali si accede pagando un biglietto. Da questo momento in poi succedono parecchie cose, tra cui l’affermarsi, prima in Inghilterra e poi nell’Europa continentale, dei concerti pubblici. Così comincia la costruzione del concetto di musica classica e, al suo interno, la costruzione di quel canone di superclassici che costituiranno il nucleo delle stagioni concertistiche per buona parte del Novecento. Comincia pure a formarsi un altro repertorio, un altro canone collegato al concetto di “musica classica”.

Adesso mi avvio proprio alla conclusione perché, ricordata la nascita del concetto di “musica classica”, di come essa abbia generato un “canone” di superclassici da tritare con esasperante frequenza, ora posso anche ricordarvi la nascita di quelli che in inglese si dicono “easy classics”, quelli udibili 24 ore su 24 sulle stazioni radio che si dicono dedicate alla “musica classica”. Sono radio che ci danno quei brani classici non troppo lunghi e caratterizzati da melodie facilmente memorizzabili che i ripetuti ascolti hanno sterilizzato, neutralizzato e banalizzato. Si tratta di “classici” confortevoli e rassicuranti; si tratta di quella che il compositore Charles Ives chiamava “pretty music”. Ci sono dunque i classici, i superclassici e ci sono anche i classici “carini”. Si tratta in ogni caso di musiche che il pubblico non discute più in quanto musica, ma ne discute invece le “esecuzioni”, le “interpretazioni” o, addirittura, “le edizioni discografiche”.

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Riflessioni canoniche, seconda parte

Note in libertà, 29.12.2009 - A cura di Marcello Sorce Keller