Un Mussolini al pianoforte
Note in libertà, 21.12.2009
Romano, figlio di Benito, e la sua vita da jazzista
A chi faccia letture estese sulla storia del fascismo italiano può capitare di apprendere che Benito Mussolini amava la musica e suonava pure il violino da discreto dilettante. Pensate che qualche anno fa il suo violino fu venduto all’asta negli Stati Uniti, per circa 20.000 dollari, e oggi è posseduto da un privato che vive nello stato dell’Illinois. Mussolini ebbe come amici personali Pietro Mascagni e Victor de Sabata. Amava la musica di Verdi e Wagner, il che all’epoca mostrava una certa latitudine di gusto, niente affatto disprezzabile e, a quanto pare, ascoltava con piacere anche il jazz – una musica che poi la politica ufficiale del fascismo mise all’indice.
Mussolini era sempre lieto di incontrare musicisti e, quando ebbe modo di conoscere personalmente il grande compositore di operette Franz Lehar, quest’ultimo gli regalò addirittura lo spartito originale de La vedova allegra (mi domando se Franz Lehar fece il regalo a Mussolini il dittatore o a Mussolini dilettante di musica). In ogni caso, la musica non era cosa estranea a casa Mussolini. Ma non è del rapporto di Benito Mussolini con la musica che desidero parlarvi, bensì del fatto che uno dei suoi figli, Romano, Romano Mussolini, scomparso solo pochi anni fa, fu musicista professionista e, per giunta, un musicista di assai rispettabile livello. Gli appassionati di musica jazz lo sanno bene, perché proprio di jazz si occupò Romano Musssolini per una vita intera e lo fece da pianista.
Romano Mussolini trascorse in Italia tutta la sua vita. Nacque nel 1927 (un anno in cui nacquero altri importanti musicisti come Gilbert Bécaud, Narciso Yepes, Franco Donatoni, Jerry Mulligan) e solo morì tre anni fa, nel 2006. Non si occupò proprio mai di politica, una scelta che nel suo caso mi pare sia stata estremamente intelligente, ma si occupò invece quasi esclusivamente di musica e un pochino, collateralmente, di pittura. Come musicista certamente riuscì a farsi un nome abbastanza presto. Aveva cominciato a studiare pianoforte da bambino, come soprattutto allora succedeva in molte famiglie, e ogni tanto accompagnava il padre con il suo violino. È quasi un paradosso che la passione per la musica in Romano Mussolini fu molto alimentata dal fratello Vittorio, che era un grande appassionato di cinema, il quale fin dall’infanzia gli faceva vedere tanti films e ascoltare i numerosi dischi che possedeva. Erano tutte cose a cui i due ragazzi non avrebbero potuto avere accesso fuori di casa, perché la censura imposta al Paese dal loro papà lo impediva.Insomma, all’interno di casa Mussolini si potevano invece vedere e ascoltare cose che al di fuori di quell’ambito semplicemente non erano accessibili ai comuni mortali. Una delle tante, infinite, contraddizioni della storia di quel periodo fu dunque questa: in Italia c’era un dittatore che non solo amava la musica in generale, ma anche gradiva il jazz, e che per motivi di opportunità politica faceva censurare proprio quello che lui stesso ascoltava e lasciava che propri figli ascoltassero.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale Romano Mussolini iniziò a guadagnarsi la vita come pianista jazz, presentandosi nei primi anni con un nome d’arte – cosa ben comprensibile. Ben presto però non fu più necessario e si affermò con questo suo vero nome, pesante, di “Mussolini”. Verso la metà degli anni ’50 fondò un Trio, nel 1956 pubblicò un disco con la RCA e nel 1960 mise insieme la “Romano Mussolini All Stars”, un gruppo che all’epoca era sicuramente tra i migliori in Italia. Per darvi un’idea di come Romano Mussolini si fosse guadagnato una reputazione non solo locale o nazionale vi dico che fece delle tounée all’estero, che suonò con Dizzy Gillespie, Duke Ellington e Chet Baker. In quegli anni il suo stile pianistico era moderno, aggiornato e quindi in qualunque contesto faceva bella figura. Il momento più felice della sua carriera fu proprio quello, quello compreso nei decenni 1950 - 1960 quando in Italia insieme al trombettista Nunzio Rotondo, partecipò al Festival internazionale del jazz di Sanremo. E in Italia, naturalmente, suonò con tutti i musicisti di un qualche rilievo. A partire dagli anni ’70 il suo stile non subì grossi cambiamenti e molti appassionati di jazz, quelli che vivono il jazz come unica passione musicale, cominciarono a consideralo un po’ datato. In questa nostra cultura ormai si è affermata l’idea che anche nelle arti debba esserci costante evoluzione, e che gli artisti debbano costantemente aggiornare la propria cifra espressiva.
È vero che lo stile pianistico di Romano Mussolini raggiunse il massimo grado di maturità relativamente presto, e successivamente non manifestò processi evolutivi particolarmente evidenti, Ma questo capita, occorrerebbe prenderne atto, in ogni ambito musicale, jazz compreso. Ci sono musicisti i quali, per così dire, non si fermano mai, al punto da non essere nemmeno sempre riconoscibili (Miles Davis cambiò pelle numerose volte nel corso della sua vita artistica); ce ne sono altri di artisti, invece, che si fanno crescere addosso una pelle che poi si portano dietro per sempre. Louis Armostrong era di questi. Alla fine degli anni ’20 il suo stile era ormai consolidato e tale e quale rimase fino alla sua morte nel 1971. Io personalmente non chiedo agli artisti di cambiare, di evolversi, a meno che non vogliano farlo. Lo stile pianistico di Romano Mussolini, che mai cambiò molto nel corso degli anni, a me è sempre piaciuto e ogni tanto lo riascolto volentieri. Una sola volta lo sentii dal vivo, in un concerto che diede in una piccola città vicina a Milano, credo che fosse Saronno, sarà stato all’inizio degli anni ‘70.
Un’altra cosa vorrei aggiungere su Romano Mussolini, ed è che negli ultimi anni della sua vita scrisse un libro dal tono molto pacato nel quale racconta gli anni della sua infanzia, l’atmosfera di famiglia e qua e là esprime qualche considerazione di carattere musicale. Ne viene fuori l’immagine di un uomo semplice, sincero, consapevole dei propri limiti il quale si era fatto una ragione di dovere convivere con il peso di una situazione storica nella quale lui non aveva avuto alcun ruolo attivo e che gli era semplicemente calata sulle spalle. L’assoluta distanza che tenne dalla politica gli consentì di essere accettato da tutti per quello che realmente era: un buon musicista. Certo Romano Mussolini impersonava una sorta di nemesi storica perché fu un musicista portatore proprio di quella tradizione musicale che il fascismo bandiva, e quella che più di ogni altra cosa identifica l’America, cioè proprio il paese che con la sua entrata in guerra mise fine al regime politico creato da suo padre.
Note in libertà, 21.12.2009