giovedì, 01 ottobre 2009 ore 07:01 (UTC+1)

Canzoni scarnificate

David Sylvian fra ambient e avanguardia jazz

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di Corrado Antonini

David Sylvian

Ne ha fatta di strada David Sylvian dai tempi in cui si presentava al pubblico come leader del gruppo neo-romantico dei Japan. A quella felice stagione sono seguiti dischi di rara bellezza (Brilliant trees, Gone to earth, Secrets of the beehive) e poi una serie di collaborazioni con i musicisti più diversi (da Robert Fripp a Holger Czukay; da Ryuichi Sakamoto a Jon Hassell). Fra tentazioni pop e una travolgente passione per la ricerca sonora in ambito prevalentemente di musica elettronica (ma richiamandosi anche in modo sempre più esplicito al jazz), David Sylvian ha costruito, tassello dopo tassello, una delle carriere più originali e coerenti del moderno panorama musicale.

David Sylvian ha inciso moltissimo nel corso di trenta e più anni di vita musicale. Senza mai concedersi vere e proprie interruzioni, si è diviso fra l’attività solista, lavori firmati a più mani (compreso il ritorno, datato 1991, con gli ex-compagni dei Japan sotto il nome di Rain Tree Crow), e contributi di varia natura (dalle colonne sonore alle collaborazioni con il guru dell’elettronica Christian Fennesz).

È di questi giorni la pubblicazione di un nuovo lavoro a sei anni dall’uscita di Blemish, l’ultima fatica solista. Il disco s’intitola Manafon e si presenta come un lavoro di non facile e immediata fruizione. Nove canzoni che sembrano reggersi su un edificio armonico assai precario, se non proprio inesistente. Sylvian canta in quel suo caratteristico modo che è insieme stilisticamente distaccato ed emotivamente partecipativo, cavalcando delle melodie che non sempre appaiono tali, sostenuto da un tappeto sonoro in chiaro odore di avanguardia jazz e sperimentazione elettronica (grazie in particolare al fedele Christian Fennesz).

Se paragonato alle perle della seconda metà degli anni ’80 (Gone to earth e, in misura ancor più evidente, The secrets of the beehive), questo Manafon dichiara come David Sylvian non abbia ancora concluso il suo processo evolutivo ma sia semmai in costante trasformazione. Una trasformazione che prende corpo attraverso un uso degli strumenti che pare sempre più misurato. Le canzoni sembrano quasi smaterializzarsi tanto la scarnificazione è portata alle estreme conseguenze. Una voce, una linea melodica e un supporto musicale che sostiene il tutto con le brevi e discrete vampate del sassofono di Evan Parker o il rumorismo controllato e radicale del laptop di Fennesz. E poi molto, moltissimo vuoto. Spazi vuoti che sottolineano ancor più la scarnificazione e il laceramento cui Sylvian ha sottoposto le sue canzoni.

Manafon è un disco difficile, bisogna ammetterlo. Poco o niente commerciale. Quanto di più sommessamente turbolento e straziante David Sylvian abbia mai realizzato. Centro del disco è sicuramente la splendida The greatest living englishman, dedicata a un aspirante suicida e interpretata con un manipolo di musicisti giapponesi. Lucido, spietato nella sua incorporeità, felicemente in bilico fra scrittura colta e libera improvvisazione ed emotivamente teso e spettrale, Manafon segna un altro imprevedibile sviluppo nella traiettoria artistica di un musicista innovativo come pochi.

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