lunedì, 01 giugno 2009 ore 08:06 (UTC+1)

Esaurimento USA

Il tanto agognato ritorno dei Green Day

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di Corrado Antonini

Era uno dei dischi più attesi dell’anno. Annunciato da mesi, è finalmente uscito nei negozi 21.st Century Breakdown, il nuovo lavoro del gruppo di Billy Joe Armstrong, i Green Day. Un’attesa durata ben quattro anni, dai tempi di American idiot, assoluto best seller che fu letto in chiave anti-Bush, sorta di opera punk-rock che documentava le vicende di tale Jesus of Suburbia, alias St. Jimmy, un giovane americano cresciuto a bevande analcoliche e Ritalin.

In questo 21 .st Century Breakdown la band rinnova l’appuntamento con l’album “a tema”, inscenando stavolta una sorta di viaggio di una giovane coppia di innamorati (Christian e Gloria) attraverso l’America confusa e dilaniata d’inizio ventunesimo secolo. Ispirato, a detta degli stessi Green Day, da analoghi tentativi di Bruce Springsteen, gli Who o i Beatles (si pensa, supponiamo, a lavori come Nebraska, Tommy o il Sgt. Pepper), il disco è suddiviso in tre atti, come una vera e propria pièce teatrale, intitolati rispettivamente Heroes And Cons, Charlatans and Saints, e Horseshoes And Handgrenades. Appare subito chiaro come Billy Joe Armstrong e soci puntino alto, più in alto ancora rispetto ad American Idiot.

In rete ovviamente si è già scatenata la guerra tra i fan e i critici. Chi incensa il lavoro, e chi invece lo destituisce di ogni valore. Chi ritiene che i Green Day diano voce meglio di chiunque altro alle istanze della gioventù d’America, e chi invece li liquida alla stregua di un bluff sapientemente orchestrato dall’industria discografica (vedi alla voce Sex Pistols). Difficile scegliere un partito piuttosto che un altro. Nel campo del rock e affini, e a maggior ragione quando dietro a una band crescono delle aspettative un tantino eccessive e fuori quadro, è sempre arduo trovare chi ha totalmente ragione e chi totalmente torto.

Ascoltando il disco abbiamo preso nota che, probabilmente, tutta questa attesa non ha di fatto giovato alla band. A tratti, in particolare nella prima parte, sembra che l’attenzione sia più rivolta a non deludere le attese piuttosto che a lasciarsi guidare dall’urgenza espressiva. Le dinamiche tarate sullo stesso livello da cima a fondo tendono ad appiattire l’impatto complessivo, tanto da rendere sostanzialmente inoffensiva la rabbia che la band vorrebbe invece esprimere. Nell’insieme ne esce la sensazione di star ascoltando del punk-rock anestetizzato, che rispetta tutti i canoni del genere ma che si guarda anche bene dal fare alcunché di scorretto da un punto di vista dell’ortodossia rock. Lungo, quasi interminabile, il disco tende ad esaurire l’energia e a configurarsi come una raccolta molto astuta di brani punk-rock da classifica, suonati da professionisti. L’idea di “album” o di disco a soggetto francamente non è suffragata dall’equilibrio fra le parti. I Green Day restano un’ottima band da singolo (e nel disco i singoli potenziali sono parecchi), ma non riescono a illustrare organicamente le proprie intenzioni. Da ascoltare omeopaticamente. Una volta al giorno prima dei pasti.

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"American Idiot"

01.06.2009