lunedì, 25 maggio 2009 ore 08:09 (UTC+1)

Emozione vs. Drammaticità

Lhasa nei negozi con il terzo disco

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di Corrado Antonini

Lhasa

Prolifica non lo è di certo. Nel 1997 si era presentata sulle scene con un disco intitolato La llorona, un lavoro dal carattere denso e dal tono drammatico oltre ogni dire, cantato interamente in spagnolo. Il seguito s’era fatto attendere ben sei anni, The living road, cantato parzialmente in spagnolo, in inglese e in francese. Oggi, nuovamente a sei anni di distanza, esce il terzo lavoro, intitolato semplicemente Lhasa, e cantato, stavolta, interamente in inglese.

Lhasa de Sela è una cantante di origine messicana, nata negli Stati Uniti e cresciuta fra Stati Uniti, Canada e, da ultimo, Francia. Possiede una voce dolce e profonda, che nei primi due dischi si declinava in modo fortemente teatrale su una proposta che potremmo collocare fra musica world, canzone d’autore, folk e blues.

Lhasa ha avuto problemi di voce. L’abbiamo scoperto leggendo un’intervista che la cantante ha concesso proprio in concomitanza con l’uscita di questo ultimo lavoro. Problemi reali, di affaticamento e di logorio, ma prima ancora problemi di “riconoscibilità” per così dire. La cantante ha dichiarato che a un certo punto ha realizzato come il suo modo di cantare non corrispondesse più a ciò che lei sentiva di essere, e che la sua voce le suonava innaturale. Per ragioni estetiche aveva cioè scelto di spingere la sua voce su un terreno che non le apparteneva, col risultato che quanto più cantava, tanto più avvertiva la fatica di farlo e la frustrazione di doverlo fare. Lhasa parla di una vera e propria battaglia fisica, un dispendio di energia fisica che ha finito col logorare le sue corde vocali, al punto che durante l’ultima tournée evitava di usare la voce lontano dal palcoscenico per paura di affaticarla.

In effetti oggi Lhasa canta diversamente rispetto al passato. La voce è sempre quella, ma è cambiato il modo di porgerla. Laddove prima lo sforzo era palpabile, e tutto a discapito della naturalezza, oggi Lhasa sembra cantare con maggior agio, senza l’obbligo di dover drammatizzare e caricare in modo esasperato il suo eloquio. Si è trattato al tempo stesso di un lavoro di guarigione e di una scelta estetica. Lo sforzo fisico era diventato intollerabile ma lo era anche la percezione che cantando a quel modo il pubblico avvertisse una sorta di sovraesposizione drammatica.

La malinconia, quella, è rimasta e, se possibile, si è persino fatta più tangibile. Lhasa è un disco dai tempi lenti e suonato in punta di piedi. Molta emozione, come si diceva, ma senza la necessità di esasperarla oltre il tollerabile. Certo bisogna predisporsi a un ascolto pacato e quasi al rallentatore (per la prima volta c’è addirittura un’arpa, che tesse trame e dirige il passo in pieno accordo con il languore evocato dalla voce di Lhasa). Un disco proposto senza sforzo e suonato con la sordina per un’artista nuova, ritrovata, che abbandona i panni dell’interprete sofferta per abbracciare infine quelli di una cantante che bada al sodo.

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"Rising"

25.05.2009