I turbamenti della giovane Anja Plaschg
Soap&Skin
L’innocenza risucchiata dentro un vortice di inquietudini, malinconie e tormenti adolescenziali. C’è qualcosa di davvero tremendo nell’esordio di questa giovane artista austriaca che si fa chiamare Soap&Skin ma che all’anagrafe risponde al nome di Anja Plaschg. Neanche vent’anni e un primo disco che colpisce come un pugno allo stomaco.
Lovetune for Vacuum è un disco brutale nella sua capacità di sezionare i sentimenti. Fisico e crudele, di una crudeltà tanto limpida e cristallina da far credere che la sua autrice abbia alle spalle una storia di sofferenze non comuni (o forse comunissime, ma vissute come una vera e propria dannazione). Il poco che sappiamo è che Anja Plaschg è cresciuta nel piccolo villaggio austriaco di Gnas, dove i genitori allevavano maiali. Sappiamo anche che a sette anni ha preso le sue prime lezioni di pianoforte e che poi si è cimentata con il violino. A quindici anni ha registrato su un computer la sua prima canzone. È stata poi l’etichetta berlinese Shitkatapult a pubblicare per la prima volta il suo materiale, la ballata Mr. Gaunt PT1000 quando aveva appena sedici anni. Anja Plaschg studia arte a Vienna e ammette di essere una perfezionista.
Capelli perennemente in disordine, tumefazioni sul viso esibite come altri esporrebbero dei tatuaggi, un abito nero, un broncio perenne che s’accompagna a un’espressione persa nel vuoto o comunque improntata alla cupezza più assoluta. Dal vivo Soap&Skin si esibisce da sola al pianoforte, con il semplice ma determinante ausilio di un computer portatile dove tiene custoditi tutti i suoni di sintesi o gli accompagnamenti d’archi che di tanto in tanto fa emergere sopra i suoi arpeggi pianistici. Nelle canzoni Anja Plaschg spesso raddoppia la sua voce, come a voler uscire da un’individualità troppo claustrofobica e consegnare il proprio lamento a una dimensione più corale, senza che questo riesca peraltro a sedare il tormento. Altrove il tono è confessionale, appena un sussurro compresso che però improvvisamente esplode in un urlo che si vorrebbe liberatorio che non fa altro che affondare ancor più il coltello nella piaga.
Subito sono partiti gli inevitabili paragoni con le grandi interpreti della canzone al femminile: la tedesca Nico o l’islandese Björk (e noi ci aggiungiamo pure quello della francese Barbara, più che altro per l’alone di artista “scura e maledetta”, anche se musicalmente e poeticamente le due sono molto lontane). Ma come ogni artista davvero originale, Anja Plaschg non assomiglia a nessun’altra.
La messa a nudo che l’autrice si impone in queste tredici tracce è davvero impietosa. Nessuno sconto ma soprattutto nessuna dissimulazione e nessuna redenzione. È un’arte cruenta che raschia la pelle lasciando ferite ben visibili. Sentimenti lacerati dietro cui Anja pretende di non vedere niente, se non vuoto e abbandono. Tracce di felicità o almeno di remissione, apparentemente nessuna, anche se guardando meglio, giù in fondo al tunnel, una luce la si vede. Ogniqualvolta Anja Plaschg mette a nudo la sua anima si intuisce che l’estremizzazione del gesto è resa possibile soltanto dalla consapevolezza di una via di fuga, un’ombra di speranza che salva lei e noi dalla costernazione più assoluta. La catarsi che arriva soltanto una volta toccato il fondo. Lovetune for vacuum è un disco di musica pop da camera dai colori scuri, tetro e lacerante come pochi ma insieme bellissimo. La parte più dilaniata e nauseante della bellezza. Non per tutti.
14.05.2009