"Don't die in me"
11.05.2009
“(a)spera” della cantante americana Mirah
Mirah
Mirah, nome d’arte di Mirah Yom Tov Zeitlyn, è una cantante di origine ebraica nata a Philadelphia ma impostasi musicalmente sulla vivacissima scena di Portland, stato dell’Oregon. Il suo esordio è datato 2000, You think it’s like this but really it’s like this, nato dall’incontro con Phil Elvrum del gruppo The Microphones. Da allora la sua carriera si è mossa fra progetti solisti e collaborazioni occasionali e azzeccatissime (in particolare con la Black Cat Orchestra, Ginger Brooks Takahasi, gli Spectratone International, e Tara Jane O’Neil con cui nel 2004 ha realizzato il pregevole C’mon miracle), fino ad arrivare alla partecipazione alla stesura della colonna sonora del documentario Young, Jewish and Left.
Adesso, dopo quattro anni di silenzio, arriva (a)spera, ultimo disco in ordine di tempo, pubblicato nel marzo di quest’anno. Giocando sul significato delle parole latine aspera e spera Mirah dichiara apertamente le intenzioni da cui muove il lavoro. Per aspera sic itur ad astra (attraverso le asperità alle stelle) o, per dirla con Seneca, la via che porta alle cose alte è irta di ostacoli. Fra speranze e asperità si muovono infatti le dieci canzoni che compongono il disco, raccontando storie di amori infelici, di morte, di sofferenza emotiva, di generosità, di isolamento e di vulnerabilità umana in senso lato.
L’aspetto più riuscito di questo disco è certamente la cura con cui la cantante cesella le diverse tracce presenti sul disco (in alcuni brani è assistita proprio dal fedele Phil Elvrum; negli altri da Tucker Martine – già con i Decembrists e Sufjan Stevens – e da Adam Selzer – già con M. Ward). Se è vero che le sue canzoni nascono come dei brani folk da strimpellare in modo semplice su una chitarra, è altrettanto vero che Mirah ha poi l’accortezza di rimodellarle ognuna in modo originale. Così facendo ottiene il risultato non trascurabile di evitare la trappola in cui cadono molti suoi colleghi, quella cioè di offrire delle belle canzoni arrangiate tutte allo stesso modo. Già nei dischi precedenti Mirah aveva reso evidente l’intenzione di conferire ad ogni sua canzone una personalità propria, arrangiandola con misura e intelligenza. È il caso qui di un brano come Shells, interpretato magistralmente dal suonatore di kora africana Kane Mathis, oppure della splendida Generosity, un’ode alla generosità, affidata a una sezione archi, o ancora il tempo quasi di samba di una canzone come Country of the future, senza dimenticare l’accompagnamento percussivo, il basso e il vibrafono jazz di Gone are the days (con una sezione fiati che sembra uscita da un funerale in stile New Orleans), o il soffice tappeto con cui la marimba di While we have the sun sospende gli ispirati vocalizzi dell’autrice.
La scrittura di Mirah è intuitiva e immediata, sempre attenta a non assecondare gli abbagli cerebrali in cui invece indugiano molti suoi colleghi. Su tutto emerge una voce fragile e dolcissima che non ha perso nulla dell’innocenza dei primi dischi ma che sembra aver raggiunto una propria dimensione “adulta”, conservando al tempo stesso tutta la sua peculiare vena comunicativa. (a)spera è insomma un disco adorabile e di grande finezza, in cui l’autrice ci accompagna dentro il suo delicato universo narrativo scegliendo accuratamente il vestito con cui presentare ogni canzone. Qualcosa a cavallo fra la musica folk di stampo classico, pop da camera e moderna world music. Un piccolo gioiello che promette di girare a lungo sul lettore del nostro impianto stereofonico.
11.05.2009