La voce del territorio
foto tipress
Casa Balmelli
Albergo Arizona
Architetto, insegnante, uomo di cultura, grande lettore, amante della lingua e del dialetto … e ancora uomo politico, difensore della natura e degli animali, infaticabile camminatore: Tita Carloni è una figura difficilmente circoscrivibile dentro un’etichetta.
Certo, se si guarda alla sua formazione (diploma al politecnico federale di Zurigo nel 1954) e alla sua prima attività (studi con Rino Tami e Peppo Brivio, collaborazione con Luigi Camenisch dal 1956 al 1961, con Luigi Snozzi e Livio Vacchini dal 1965 al 1968; con Mario Botta per il progetto del Politecnico Federale di Losanna nel 1970; con Max Bill per la realizzazione dell'Esposizione nazionale di Losanna nel 1964) gli si dovrebbe assegnare di rigore la designazione di architetto. Salvo che per Carloni l’architettura non è mai stata sganciata né dall’uomo che la produce né dal territorio che la ospita. Ecco allora che la designazione di architetto risulta povera, incapace di descrivere un’attività e una riflessione (ricordiamo tra parentesi che Carloni è stato anche Professore all'Università di Ginevra, membro della Commissione cantonale della protezione dei monumenti, della Commissione federale delle belle arti e deputato del Partito socialista autonomo al Gran Consiglio ticinese) che hanno superato continuamente i limiti tecnici e specifici della professione, per aprirsi a un universo che ingloba la sfera dell’oikos (l'ambiente) e del bios (la vita in tutte le sue forme).
L’etichetta allora che forse meglio descrive la figura di Carloni è quella di ecologista, etichetta che non va però intesa in termini politici quanto piuttosto in termini ontologici: ecologia come modo d’essere, come dimensione radicata nel profondo, che costantemente incide sul fare e sul pensare quotidiano. Già, perché quando Carloni dice o scrive qualcosa (non importa se l’argomento è la pianificazione, l’urbanistica, il restauro o i camosci) sembra che nella sua voce parli anche il territorio, con i suoi abitanti, non solo umani, ma anche animali e vegetali, come se in essa riecheggiasse il suono di quella antica alleanza che saggiamente univa l’uomo alla natura (si leggano a questo proposito gli articoli raccolti nel libro Pathopolis, recentemente edito da Casagrande).
Natura ma anche cultura. Perché se da un lato c’è l’ambiente (da rispettare, da tutelare dal sopruso e dal saccheggio edilizio), dall’altro c’è l’uomo, con la sua storia, la sua evoluzione, le sue innovazioni. Che non vanno neglette, bensì usate non a detrimento, ma nel rispetto dell’ambiente. Ecco allora che il restauro deve essere critico, che le scelte architettoniche devono tenere conto tanto della tradizione quanto della modernità, in un gioco di equilibri contrapposti. Equilibri di cui rendono testimonianze le sue realizzazioni più significative, dalla Casa Balmelli a Rovio (1956-1957) alla Casa Perucchi ad Arosio (1968-1970, dalle Case a schiera di Balerna (1974) alle Case d'appartamenti, negozi e uffici a Lugano (1960), dalla Scuola a Stabio (1974) al Palazzo dell'Organizzazione cristiano-sociale ticinese a Lugano (1970), dal restauro del Convento dei cappuccini e delle case parrocchiali a Sorengo (1968-1971) a quello di Palazzo City a Chiasso (1989) e alla facciata ed esterni della cattedrale di San Lorenzo a Lugano (dal 1998 al 2003).
Un’architettura, quella di Carloni, che ha saputo coniugare in modo davvero unico natura e cultura, oikos e bios, e che noi vogliamo omaggiare, nell’anno del suo 80esimo anniversario, riproponendo in questa pagina una selezione dei suoi interventi ai microfoni della RSI.