La lucida follia di Pippo Delbono
È una coincidenza curiosa aver potuto assistere nel corso di una settimana soltanto ai due spettacoli che incorniciano la carriera di Pippo Delbono. Il tempo degli assassini è stato presentato in Italia nel 1987 dopo aver debuttato nel corso di una lunga tournée sudamericana; La menzogna è invece la sua ultima produzione, si ispira alla tragedia della ThyssenKrupp e ha debuttato allo Stabile di Torino nell’autunno 2008.
Una sorta di uno-due (Il tempo degli assassini è andato in scena al cinema teatro di Chiasso lunedì 26 ottobre nell’ambito del Festival Internazionale di Teatro mentre la Menzogna era in cartellone al Teatro Studio di Milano fino al 31 ottobre) che ha completato l’omaggio che il Festival Internazionale del film di Locarno gli ha reso quest’estate proponendo per intero la sua filmografia arricchita di incontri, dibattiti e una recita di quello che probabilmente è il suo spettacolo più autobiografico, Racconti di giugno.
Un’occasione unica di osservare in prospettiva il lavoro di uno degli artisti italiani più conosciuti e apprezzati sia in patria che all’estero e che mette bene in luce sia l’evoluzione del lavoro di Delbono, sia il persistere di elementi tematici e formali.
Tematiche che non sempre è facile tradurre in un racconto filante quando si parla degli spettacoli di Delbono. Lui stesso ha ripetuto più volte, anche al nostro microfono nell'intervista che vi proponiamo nelle versione andata in onda a Laser e in quella integrale, di non essere capace di riassumere ciò di cui parla Il tempo degli assassini... Di dittatura certo, di musica o comunque delle scelte e dei gusti musicali dello stesso Delbono, ma anche di ricordi, di emozioni personali e biografiche. Ecco forse la chiave è proprio qui. Nella commistione che pervade tutta la produzione di Delbono, teatrale e cinematografica, tra spunti che arrivano dall'attualità e quelli più personali e biografici, quasi a sottolineare come quello sguardo su tragedie, fatti di cronaca o denunce politiche, appartenga tutto all'artista e alla sua compagnia. Spunti che è possibile percepire in pillole anche nelle clip tratte dal film La paura, ultima creazione di Delbono girata interamente con un cellulare e presentata quest'estate a Locarno.
Anche la varia umanità che compone la sua compagnia a questo punto assume una luce nuova accomunandosi a quel pubblico trasversale di cui Delbono esalta e rivendica l'eterogeneità.
Ovvio allora che non sia un teatro dell'handicap nonostante la presenza di persone comunemente definite come handicappate o in modo più politically correct portatori di handicap e che mai come in questo caso sono prima di tutto diversamente abili come ciascuno di noi (ma forse solo quando gli va bene...) è diverso dal collega di ufficio, dal vicino di casa e da ciascuno dei suoi familiari, unico nella sua specificità (e proprio sull'unicità si è soffermato soprattutto Delbono quando con noi ha parlato del suo lavoro con Bobò o con Gianluca). Ma non è nemmeno un teatro civile, sul modello di quello di Paolini per esempio. A volersi richiamare per forza a dei modelli viene piuttosto in mente Kantor e una tradizione nordica di cui Delbono si nutrito nei soggiorni in Danimarca e nel lavoro con Pina Bausch. Poco importa comunque l'etichetta, quello che è certo è che il suo è un teatro che emoziona che mira a colpire più che a farsi capire e decodificare. E' certo ricco di simboli e di suggestioni culturali, ma è con la pancia più che con la testa, che viene recepito, specularmente alla sua creazione che passa dal corpo molto più che dalla psicologia.
Dal Leoncavallo al Piccolo, teatro per eccellenza della scena milanese, il suo pubblico lo segue e continua ad emozionarsi di fronte ai quadri espressionisti che Delbono gli propone. Da una parte il suo sguardo indignato, arrabbiato teso a denunciare i sopprusi e la stupidità degli uomini; dall'altro quello sognante, fanciullesco, tesi entrambi a cercare la sintesi perfetta che conduca all'autencità e all'innocenza del lupo.
Chi è Delbono? -
Una notorietà fuori dal comune quella che ha conquistato in pochi anni Pippo Delbono, attore, regista che ha firmato delle opere teatrali di grande intensità fisica emotiva. Il cinquantenne ligure ama definirsi con tre termini: sieropositivo, omosessuale, buddista. Certo è che le sue opere teatrali e cinematografiche dalla grande tensione espressionistica fanno discutere. I titoli sono emblematici: l’urlo, il silenzio, il grido, la paura, la menzogna, la guerra. Testi e sceneggiature sono sempre permeate da una grande fisicità: il corpo è per Pippo Delbono il protagonista assoluto. Un corpo nel quale si leggono le paure, le incertezze, i drammi e le grandi incognite dell’esistenza. Ha così scelto di portare sul palco attori improbabili, come barboni, sordomuti, marginali in una società che ha fatto dell’estetica e delle false apparenze il suo credo. Loro accompagnano Delbono sulla scena, in un percorso artistico che sorprende, scuote, colpisce a volte come un pugno allo stomaco. E che mai lascia indifferenti.
Estratti dal film La paura
Les films d'ici, 20.11.2009 -
Un esempio dell'utilizzo della musica da parte di Pippo Delbono simile al lavoro che svolge anche a teatro
26.10.2009