Lunedì 20 agosto, 17:56
Il disastro ambientale doloso prodotto dall'Ilva è «ancora in atto» e «potrà essere rimosso solo con imponenti e onerose misure d'intervento, la cui adozione non è più procrastinabile», ha reso noto il Tribunale del riesame di Taranto, nelle motivazioni depositate oggi del sequestro degli impianti ordinato lo scorso 7 agosto.
In pratica i giudici chiedono che vengano fermate le emissioni inquinanti ma l'attività potrà continuare. Lo spegnimento del polo siderurgico rappresenta dunque «solo una delle scelte tecniche possibili». Se occorra fermare gli impianti, lo si deciderà «sulla base delle risoluzioni tecniche dei custodi-amministratori». In tal senso il gruppo siderurgico è chiamato a importanti investimenti per sanare la situazione.
L'attività inquinante dell'Ilva di Taranto, la più grande acciaieria d’Europa, ha provocato una «gravissima contaminazione ambientale» che «ha comportato ingenti danni economici alle locali aziende zootecniche, ma soprattutto ha creato una situazione di grave pericolo per la salute e la vita di un numero indeterminato di persone», secondo quanto scrive sempre il Tribunale del riesame.
I giudici rilevano in particolare che già nel maggio 2007 l'Arpa Puglia aveva reso noto che le emissioni di diossina attribuibili all'Ilva «avessero subito un decisivo incremento, passando il contributo complessivo dello stabilimento di Taranto, al totale nazionale prodotto, dal 32% dell'anno 2002 al 90% del 2005». Per il Tribunale si tratta insomma di rendere compatibile il diritto alla salute con il diritto al lavoro.