Mercoledì 25 luglio, 12:11
"Non rispondo". "Non rispondo". Si è risolta con una litania tutta uguale l'attesissima testimonianza del giovane assassino al processo di Daro, in corso a Bellinzona.
La mattinata è stata in gran parte dedicata alla discussione dell'opportunità di sentire in aula il ragazzo (minorenne e che pertanto verrà giudicato dall'apposito tribunale) sul ruolo avuto nella vicenda dalla madre, ritenuta la mandante dell'omicidio.
La corte, dopo essersi riunita in camera di consiglio, ha infine deciso di procedere all’udienza del giovane omicida. Questo senza la presenza di pubblico e stampa, ma permettendo di partecipare alla madre stessa, benché da più parti fosse stato chiesto l'opposto al giudice Claudio Zali, per evitare che potesse influenzare le risposte (ad esempio “con uno sguardo”). L’unico a non sostenere questa tesi era stato il difensore della donna (“non è quest’orca“).
Di fatto, comunque, il giovane ha deciso di non dire nulla. Pubblico e giornalisti, che hanno potuto seguire la breve deposizione in videoconferenza, lo hanno semplicemente sentito ripetere la litania di cui sopra: una serie di "non rispondo" che non apporterà elementi nuovi al dibattimento.
Durante il dibattimento il giudice Zali ha però letto una serie di dichiarazioni che il giovane aveva fatto in sede di istruttoria. Dichiarazioni che in un primo tempo avrebbero sollevato la madre dal ruolo di mandante: “Ho visto l’ascia e mi è venuto da uccidere; se pensate che qualcuno me l’abbia suggerito, non è così; ho progettato io l’uccisione”.
Con il passare delle settimane e degli interrogatori vi è però stato un profondo cambiamento: “Mi sono trovato a uccidere, perché me l’ha ordinato mia madre; mi ha rubato la mia infanzia; non mollerà, anche a costo di vedermi condannato per causa sua; mi trovo in questo diabolico piano per colpa di mia madre”.