Martedì 24 luglio, 16:53
Nella prima giornata del processo per il delitto di Daro si sono discussi i cambiamenti vissuti dall'autore minorenne nei lunghi mesi trascorsi in Serbia. Era rientrato in Ticino un mese e mezzo prima di uccidere il patrigno, il 1° luglio 2011. "Era tornato più forte e cattivo", è stato detto in aula, mentre la madre ha sottolineato che "fino ai 16 anni era stato un ragazzo meraviglioso, poi era cambiato".
A tal punto da non recarsi più al lavoro dopo appena tre giorni dall'inizio (a settembre avrebbe avuto un posto di apprendistato), dal vendere una collana ricavando almeno 800 franchi e, come emerso dai verbali, da iniziare un'infruttuosa ricerca di armi, di cui la donna afferma di non aver saputo nulla. Era lei, ha sostenuto, a vivere momenti di tensione con il figlio, non invece il patrigno, affermazione questa che però contrasta con innumerevoli elementi emersi durante l'istruttoria.
"Un giorno dovrà smetterla di vedere suo figlio come un bravo ragazzo. Da lì a pochi giorni avrebbe scannato suo marito", ha detto il giudice Zali rivolgendosi all'imputata, il cui racconto degli ultimi giorni prima del delitto è risultato zeppo di contraddizioni e di "non ricordo". Il 26 giugno il 46enne ucciso e il figliastro erano stati visti al grotto e il 29 a Pian San Giacomo, dove avevano una cascina, mentre il 30 la vittima e la moglie, in partenza il giorno dopo per la Serbia, erano stati insieme in un pub. Anche sul motivo di quel viaggio in patria la donna aveva mentito: non era per un'operazione, ma per il visto del ragazzo.
Al vecchio pretorio di Bellinzona, il processo per uno dei fatti di sangue più cruenti della recente storia ticinese si era aperto in mattinata con la ricostruzione della vita degli imputati, prima delll'interrogatorio della vedova del 46enne trucidato.
Tre sono le persone alla sbarra fino a venerdì davanti alle assise criminali e correzionali, eccezionalmente riunite: oltre alla serba 49enne, il commerciante portoghese che vendette l’ascia servita per uccidere e un kosovaro a cui chiese aiuto l’autore reo confesso del delitto. Quest’ultimo sarà processato a parte, probabilmente in autunno, dal tribunale dei minorenni. All’epoca dei fatti aveva 17 anni.
Per l’accusa la donna fu l’istigatrice dell’uccisione del marito, avvenuta mentre lei si trovava in Serbia. E il movente sarebbe economico: avrebbe vissuto con la rendita AVS e l'assicurazione sulla vita, che la vittima aveva stipulato ma, a quanto risulta, prima che fosse ammazzato intendeva riscattare.
In aula stamane la vedova ha raccontato in un italiano un po' stentato come la relazione era cominciata nel 2010, quando era ancora sposata con il terzo marito. La vita a due “andava molto bene”, ha ripetuto più volte, senza convincere il giudice Claudio Zali, che ha insistito e parlato di un “sospetto di matrimonio di convenienza”, come il precedente. Dal dibattimento è emerso però anche che l’uomo beveva, anche se non l’avrebbe mai picchiata. Ed è emersa anche l’opposizione all’unione da parte della famiglia di lui.
I tre gli imputati hanno in comune i passati problemi di salute (furono tutti ospiti della clinica Santa Croce). Per il commerciante l’imputazione è di correità o complicità, per il kosovaro, l’unico ad ammettere i fatti, di favoreggiamento. È vero che fu lui ad avvertire la polizia, ma solo quando l’autore materiale del delitto, il minorenne, iniziò ad incalzarlo con frasi come “il cadavere puzza troppo”. In precedenza però avrebbe anche ricevuto un compenso per il suo aiuto, 1'000 o 1'500 franchi secondo l’atto di accusa, di cui 300 in anticipo.
Il portoghese è stato il protagonista nell'ultima parte della giornata, quando Zali lo ha incalzato sul suo ruolo nella vicenda, una volta appurato grazie alla procuratrice Marisa Alfier che la vittima morì fra le 18 e le 19 del 1° luglio, mentre l'alibi dell'imputato parte proprio dalle sette di sera. Sono stati ricostruiti, con difficoltà perché mancano orari certi, gli ultimi movimenti del minorenne, che nel negozio del lusitano acquistò l'arma del delitto. "Parlammo dei lavoretti da killer che avrebbe dovuto fare", ha dichiarato l'uomo in aula. "Perché lo ha assecondato, allora?", gli ha chiesto il giudice, "non si è chiesto a cosa serviva l'ascia?". "Credevo fossero fantasie" e "lo conoscevo da otto anni" sono state le poco convincenti risposte.